Gli anziani e il Gioco d’Azzardo Patologico

Gioco d’Azzardo o Ludopatia una vera piaga

Gli anziani e il Gioco d’Azzardo Patologico: perché si entra e come uscirne.

LUDOPATIA un termine che negli ultimi anni è entrato sempre più nel linguaggio quotidiano di molte persone.

Sia per effetto della Grande Crisi, che dal 2008 ha impoverito fasce sempre più vaste di popolazione, sia per il dilagare di nuove modalità di gioco in rapporto alle nuove tecnologie, centinaia di migliaia di persone (si stima più un milione e mezzo in Italia) sono entrate in un “tunnel” da cui è difficile uscire: la dipendenza dal gioco d’azzardo.

Con la sigla “GAP” si definisce una precisa e nuova forma di patologia, quella del gioco d’azzardo o “ludopatia”.

Vedremo in questo articolo come tale patologia colpisca una fascia di popolazione particolarmente esposta come gli anziani.

Ai tempi di Dostoevskij, (il più grande narratore dei tempi moderni che ha attraversato e narrato la sua diretta esperienza in questo tunnel) il gioco d’azzardo era riservato a settori molto ristretti della popolazione, e aveva i suoi templi nei Circoli o Casinò. Più o meno eleganti e riservati, con un contorno di abiti da sera, lussuosi cotillon e nuvole di fumo pronti ad avvolgere il “giocatore” nel suo clima di perdizione.

“Ero come preso dalla febbre e nell’eccitazione ho puntato tutto il mio mucchio di denaro. Ho sentito un brivido di terrore corrermi per la schiena mentre mi prendeva un tremito alle mani e ai piedi. In un attimo mi sono reso conto con terrore cosa significava per me perdere: insieme a quell’oro puntavo tutta la mia vita!”. (Il giocatore, Dostoevskij)

Con questa agghiacciante pennellata Dostoevskij descrive in maniera tragica e sublime l’attimo che precede la puntata nel gioco d’azzardo. È il brivido che costituisce l’acme della diabolica forza d’attrazione del gioco d’azzardo, la spirale che conduce sempre più in basso.

Nel tempo questa caratteristica del giocatore non è cambiata, ma grazie agli studi sulle manifestazioni e sulle conseguenze, abbiamo oggi una maggiore conoscenza del fenomeno. Soprattutto siamo in grado di riconoscere   con certezza il percorso che una persona compie per entrare in questa “spirale”, fino a diventarne completamente succube e dipendente.

Lo stesso DSM-IV dal 1994 fornisce una definizione appropriata e di riferimento.

-      Il giocatore è talmente preso dalla spirale che rivive continuamente le sensazioni e le emozioni precedenti ed è spinto a ripetere le stesse situazioni nel gioco;

-      Ogni volta tenta di ridurre la sua dipendenza, ne è cosciente, ma non ci riesce, anzi è continuamente alla ricerca di soldi per puntare e tentare

-      Per questo non accetta consigli o limitazioni, diventa irritabile, fino alla violenza in casi estremi, verso chi cerca di distoglierlo dalla sua “febbre”

-      Il gioco è da lui visto come una possibile via d’uscita da situazioni difficili, da frustrazioni pesanti, da sensi di colpa, da momenti depressivi o da problemi che non riesce a risolvere o non vuole affrontare

-      Non riesce a smettere mai di giocare: quella che a volte decide sia l’ultima giocata, è l’ultima per quel giorno. Subito dopo non riesce a trattenere l’istinto di riprendere, per rovesciare la sorte o recuperare quello che ha perduto

-      Per procurarsi i soldi non esita a ricorrere ad ogni mezzo: azzera progressivamente le sue risorse, quelle della famiglia, ricorre a prestiti, finisce in mano a strozzini d’ogni specie, fino ad arrivare a commettere atti illegali, e a non avere più la consapevolezza di cosa stia facendo

-      Mette in secondo piano relazioni, rapporti, fino a distruggere legami, sentimenti e ruoli sociali, diventando sempre più emarginato

-      Non ha più nessuna autonomia ma dipende sempre più da altri pur di soddisfare l’istinto d tornare a puntare, a tentare, a perdere come sempre

In questo quadro l’intreccio di queste situazioni con altre patologie come depressione, ansia, alcolismo, o altre dipendenze formano un mix micidiale.

Gli anziani, che con la crisi economica hanno visto ridurre il loro potere d’acquisto e soffrire di patologie come ansia, depressione o alcolismo sono la novità riguardo la crescita del fenomeno negli ultimi anni.

Se fino a dieci anni fa la popolazione colpita da questa dipendenza era nella fascia dai 20 ai 50 anni, adesso sono cresciuti gli ultra cinquantenni.

Gli uomini erano i tipici “giocatori”, e sembravano per struttura psicologica i più colpiti dalla patologia.

Adesso molte più donne, soprattutto nella fascia dopo i 50 anni, si avvicinano al gioco e sviluppano le caratteristiche di una vera e propria ludopatia.

Altrettanto importante, quale concausa, è il livello culturale e la conoscenza o meno della probabilità matematica della vincita al gioco.

Come anche la facilità di accesso.

Oggi con le nuove tecnologie ognuno può facilmente fare la sua puntata.

Dalla capillare diffusione delle slot machine quasi in ogni bar di quartiere, ai Centri scommesse o i Bingo visti come luoghi di aggregazione e di passatempo, ai gratta e vinci ecc.

Ma il fenomeno più inquietante è la diffusione del gioco on line: con Internet non c’è bisogno di uscire. Nel chiuso della propria casa e in ogni momento della giornata, con poche cognizioni di informatica e del web e una carta di credito, ogni persona può trascorrere giornate intere a puntare (e a perdere) cifre consistenti.

Le conseguenze di tutto questo, sul piano psicologico e comportamentale, per alcune persone sono devastanti: sviluppo di stati ossessivi, sensi di colpa e sentimenti di onnipotenza alternati a stati di profonda depressione, perdita di coscienza e alterazioni dell’autostima, aggressività.

L’ingresso progressivo in questo tunnel comporta dei cambiamenti fisici, sviluppa sintomi e patologie quali inappetenza, sofferenze circolatorie, stati di cefalea e disturbi gastrointestinali, patologie cardiache, soprattutto negli anziani.

Naturalmente il tutto aggravato dalle conseguenze sul piano familiare, lavorativo (quando l’anziano sia ancora in attività) economico.

COME USCIRNE?

Ogni giocatore è convinto di poter “smettere quando voglio”.

Ma è proprio così?

Come tutte le patologie che riguardano dipendenze, il primo passo è riconoscerle ed avere il desiderio profondo di uscirne. Sentire la necessità ed essere disponibili al sacrificio che un percorso guidato comporta.

È un percorso che non si può fare da soli. È necessaria una guida, un aiuto, un supporto pianificato e diretto da uno specialista.

Lo psicoterapeuta è la fondamentale figura professionale per affrontare il problema. Sia che si partecipi ad un percorso individuale, sia che si partecipi ad un percorso di gruppo.

Sarà sempre dall’analisi del singolo caso con le sue caratteristiche specifiche e con le sue necessità terapeutiche, che lo psicologo psicoterapeuta può agire con efficacia e aiutare la persona a ritrovare equilibrio e serenità.

Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi Psicologo Psicoterapeuta

Recensione degli utentiLascia il tuo commento
Anch’io pensavo “tanto, smetto quando voglio”, invece no.
Non riesco più a resistere quando vedo una di “quelle” macchinette: dal mio tabaccaio, oppure vicino al mio supermercato, dove hanno aperto da qualche anno una sala Bingo. Anche al bar dove vado per incontrare i miei amici pensionati.
Lo hanno acquistato dei cinesi, gentilissimi. La prima cosa che hanno voluto cambiare è stata di mettere tre “slot machine”.
Ogni volta che ne vedo una sento nella mia testa il suono delle monetine che rotolano verso le mie mani, mentre l’unico vero rumore che producono è quello degli euro che entrano uno alla volta dalla fessura metallica e spariscono.
DEVO smettere, non posso andare avanti così.
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