Lettera di Aiuto ad uno Psicologo

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Lettera di un paziente rivolta a psicologo

Cara Dottoressa,

mi chiamo L. M. e ho 25 anni. Vengo da Ancona, ma sono due anni che vivo a Padova per motivi di studio.

E’ per questa ragione che mi rivolgo a uno Psicologo a Padova.

Le scrivo perché è da un po’ di giorni che sto provando una fortissima ansia. La avverto nel petto, è una tonnellata di metallo all’altezza della bocca dello stomaco che a fatica mi permette di respirare.

Mi rende le gambe pesanti come due macigni ma per qualche strana ragione le braccia diventano leggere, formicolanti, quasi staccate dal corpo. Arriva soprattutto al mattino appena sveglio, o la sera prima di addormentarmi.

È come se, vigliacca, capisse che quelli sono i momenti in cui sono più fragile. Nel mio letto, dopo che ho deposto la mia corazza e le mie armi del giorno, e sono scricchiolante come una foglia. Da solo con le mie paure, con le mie insicurezze, con i miei pensieri, tutti riversati su un cuscino.

Fragile e indifeso. Mi attacca di soppiatto, furbamente. Il risultato è che la notte non riesco a dormire, la mattina non riesco ad alzarmi. Ecco cos’è quella tonnellata di metallo: catene. Catene che mi imprigionano in uno stato di immobilità, in un limbo esistenziale.

Il cuore è in gola, vuole uscire dal petto. Questo mio cuore, dottoressa, non ha più desideri, non ha più ambizioni, non ha più nulla. Vuole soltanto liberarsi di quel peso. Ed io ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità, ma quelle catene davvero non riesco a spezzarle.

E sono stanco, stanchissimo. Mi sento come un guerriero alla fine di una battaglia. Pieno di tagli, di cicatrici, di dolori, di acciacchi. Solo che non ho una patria da cui tornare, una famiglia che mi aspetta a casa per leccarmi le ferite in attesa del prossimo scontro, della prossima guerra contro i miei demoni.

O meglio, una famiglia ce l’avrei ma è terribilmente lontana. 337 km di distanza, per essere precisi, mi separano dalla casa in cui sono cresciuto, 337 km mi separano dai miei due gatti, Augusto e Luna, e dal mio cane ormai vecchiotto, Argo. 337 km da mia madre e da mio padre, da mio cugino e da mia nonna. 337 km dal mio mare e dalla mia montagna.

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In questo limbo esistenziale, dottoressa, c’è spazio solo per persone di passaggio. Qualcuna prova a lasciarmi più di qualcun’altra, attraverso un sorriso, una gentilezza o una premura. Ci sono quelli con cui uscire la sera per fare tardi, quelli con cui passare un pomeriggio tranquillo in libreria, ci sono datori di lavoro, professori, coinquilini, camerieri, giornalai, conducenti di treni. Tutti si posano fugacemente sulla mia vita come una farfalla su un fiore e poi volano via.

Questo limbo non contempla relazioni, solo interazioni. O forse sono io che do troppa importanza alle persone e alle esperienze che la vita fa carambolare sul mio percorso. Magari nulla è davvero per sempre e tutto ha un significato e un valore solo nel lasso preciso di tempo in cui lo si vive.

Dei tempi del liceo, esauriti, cosa ne rimane? Della mia triennale a Trento? Della ragazza che aveva rapito il mio cuore per quattro anni e che ora non c’è più? Delle vacanze in Grecia con lei, della prima volta, dei primi “ti amo”, dei film visti insieme, delle carezze nei momenti di bisogno?

Probabilmente so già la risposta a queste domande, ma proprio non riesco ad accettare di vivere la vita come una molla, da un’esperienza all’altra, da una persona all’altra. E non è stabilità quella che voglio, non è sicurezza emotiva. È un valore assoluto. Un qualcosa che non sia transitorio, che non si bruci in fretta come un fiammifero.

Ho scritto una poesia a riguardo, proprio su questo mio vagare esistenziale. Mi farebbe piacere condividerla con lei. Si chiama “Una stazione”.

“C’è una stazione

un binario

rotaie vecchissime che permettono di sfidare il tempo

con la velocità

C’è una lunga fila di giacche

e di valigie

ci sono uomini sotto larghi ombrelli

e tantissima pioggia

Mi chiedo se vanno o tornano

e se qualcuno in una casa lontana

li stia aspettando per cena

C’è una stanza piccola

in una città nuova

è il mio destino

che mi attende

ed io non so se chiamarlo partenza o ritorno

questo mio eterno avvicinarmi e allontanarmi

come un treno

dalle mie certezze

e dalle mie esitazioni”

Delle volte mi sembra proprio così. Di non scendere mai da questa infinità di treni che mi ritrovo a prendere per svariate ragioni. Per un attimo sono con la mia famiglia ad Ancona. Per un attimo sono con i miei amici a Padova. Una vita fatta di attimi. E di treni che mi portano dall’uno all’altro. Per una volta vorrei che un treno mi lasciasse in un luogo per poi rimanerci.

Con la mia immaginazione, per alleggerire questi lunghi viaggi, mi racconto di essere stato a Milano per una riunione di lavoro. Il lavoro non mi piace affatto ma mia moglie mi sta aspettando a casa con un piatto caldo per dividere la stanchezza per due. La mia casa, l’unica che ho. Una casa che accoglie dolcemente i miei affanni, i miei patemi e le mie esitazioni allo stesso modo delle gioie e dei successi.

Solitamente è il fischio del treno che mi riporta alla realtà. Che mi ricorda di essere un nomade dell’esistenza. Che la mia casa è fatta di persone diverse ogni volta, di vestiti messi di fretta nella valigia, di libri lasciati a metà, di cibi diversi ogni volta. E che sto per scendere, all’ennesima stazione della mia vita.

Certamente sono grato per questa vita. Non mi è mai mancato nulla, l’amore incondizionato di una famiglia, la salute, il benessere economico. Ho tutte le premesse per una vita felice, e in parte credo che essa lo sia già. Non fraintenda quindi, dottoressa, questo grido di aiuto come irriconoscenza.

C’è gente che soffre davvero nel mondo. Gente che su quel treno degli attimi non c’è mai salita. Gente la cui preoccupazione è riuscire a bere il giorno seguente. Chi sono io per desiderare di non provare questo mio dolore inconsistente, questo macigno sullo stomaco che quelli come voi chiamano ansia?  Chi sono io per preoccuparmi del futuro quando per qualcuno il futuro è l’ora di cena o un letto dove dormire?

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Ma la società capitalistica in cui viviamo ci ha cresciuto a pane e sogni. E i sogni, quando diventano ideali troppo astratti, spesso sono accompagnati dalla delusione. Si trasformano rapidamente in bi-sogni, e ci portano alla ricerca spasmodica di quello che ancora non abbiamo, di quello che ancora non siamo.

Ed io, cresciuto con i sogni, non potevo certo accontentarmi di un lavoro semplice da impiegato, di portare lo stipendio ad una famiglia felice che mi aspettasse ogni giorno, di avere un piatto caldo da mangiare e acqua da bere ogni giorno.

Volevo qualcosa che mi completasse. Che brutta parola, quasi me ne vergogno. Chi ha detto che non siamo già completi? E chi ha detto che non si può vivere una vita piena e soddisfacente anche se fossimo dei puzzles incompiuti?

Per questa presunzione adolescenziale, la stessa che ho rivisto poi negli occhi degli accademici con cui ho avuto a che fare negli anni dell’università, decisi di iniziare a studiare Lettere moderne. Perché la mia testa avesse aspirazioni più grandi di quelle di un carpentiere. Perché potessi nutrire di sogni il mostro capitalista dentro di me.

Ma più nutri quel mostro, più esso diventa grande e così, insieme a lui, anche le tue aspirazioni e i tuoi desideri. Fino a volerne sempre di più. Non basta lavorare per uno dei più importanti giornali della città, puoi diventarne il direttore. Non basta insegnare in un dopo scuola, puoi ambire ad essere un professore di liceo o, meglio, d’università. E ancora, e ancora, e ancora.

Quel puzzle che cercavi di completare, in nome di una piena soddisfazione esistenziale, diventa via via più complesso e frammentato. Tantissime possibilità, tantissimi bivi, tantissima insicurezza. Le è mai capitato, dottoressa, di trovarsi in una gelateria, una di quelle tra le più buone in città, e di dover scegliere tra una marea di gusti, tutti buonissimi?

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E, una volta scelti, di riconoscerne la bontà ma di avvertire come una specie di insoddisfazione, di scombussolamento? E di sentirsi invece pienamente appagati dopo aver preso il gelato più semplice nella gelateria più semplice in cui si trovano solamente i gusti più essenziali?

Ho l’impressione che nella società contemporanea si stia perdendo il concetto dell’essenzialità. E non solo ad un livello commerciale, ma anche nella sfera più intima delle relazioni e dell’emotività. Non riusciamo più ad accontentarci della banalità, che risuona infatti quasi come una brutta parola mentre la scrivo. E allora ecco che cerchiamo arrogantemente qualcosa di più, tra un’infinità di opzioni, per ritrovarci poi inevitabilmente insoddisfatti.

Abbiamo costruito un mondo di sovrastrutture, di pensieri su pensieri, di giri di parole, di sogni inventati, di valori e di morali a cui un’apparente complessità non conferisce affatto un significato. E tra queste sovrastrutture vaghiamo noi, i nomadi dell’esistenza.

E così mi ritrovo senza sapere più che fare della mia vita, ora che il mio percorso di studi sta volgendo al termine. Rimanere a Padova, il luogo in cui ho costruito gli ultimi legami, ma in cui attualmente non saprei che fare. O tornare ad Ancona dalla mia famiglia e accettare di chiudere l’ennesima parentesi della mia vita.

C’è una parte di me, quella stanca, che vuole fortemente tornare a casa. Per staccare. Per riposare. Per stare vicino alla gente che mi ama e che c’è sempre stata per me. E ce n’è un’altra, invece, che proprio non vorrebbe che le esperienze, belle o brutte che siano, finissero e lasciassero spazio solo ai titoli di coda.

Non mi spaventa la monotonia di una città più chiusa, o il fatto di conoscere già a memoria qualsiasi strada io possa solcare o qualsiasi persona io possa incontrare. Non mi spaventa il fatto di avere meno opportunità lavorative o sociali. Mi spaventa fare i conti con la provvisorietà delle esperienze. Dottoressa, esiste davvero una soluzione a questo problema?

E non so per quale motivo ma la questione mi sembra in qualche modo collegata alla morte. Per tanto tempo mi ha spaventato l’idea di dover morire un giorno. Lasciare andare tutto quello che ho costruito. Dovere sopportare con pazienza il nulla infinito dopo di me.

Ma era, come dire, una paura molto terrena, molto superficiale. Una sorta di capriccio infantile del tipo “Voglio vivere all’infinito!”. Questa paura così intensa sottintendeva però un attaccamento quasi viscerale alla vita, che pareva bella e scontata così com’era.

Con il tempo, purtroppo o per fortuna, la paura di morire ha lasciato spazio alla scomoda domanda sul senso della vita. Posso anche morire per sempre, va benissimo, purché ci sia una sorta di integrità dell’io. Purché la mia esistenza significhi qualcosa.

E, in qualche modo, sento che questo viavai di persone, lavori, luoghi, relazioni e amicizie, mini all’autenticità del mio Io. Ad una definizione precisa di chi sono realmente, per dirla in altre parole. Questo non fa altro che mettermi più dubbi su quali siano le scelte migliori da fare per il mio futuro.

Queste infinite possibilità mi hanno messo in crisi e mi sento come nella gelateria più buona. Tantissimi gusti, ma rimarrò davvero soddisfatto? Probabilmente, come cantava Battisti, lo scopriremo solo vivendo. Se invece esse avranno un senso, beh, quella è un’altra storia.

Mi viene da pensare, però, che se le sto scrivendo per chiederle aiuto, per placare questa ansia e per provare ad uscire dal limbo esistenziale in cui mi ritrovo, forse è perché in fondo conservo ancora quell’attaccamento ingenuo alla vita che avevo da ragazzino. Perché dovrei cercare di stare meglio se sperassi che la vita abbia un senso?

Cara Dottoressa, per caso la psicologia ha inventato degli strumenti per mettere a tacere queste domande, che forse nella testa di qualcuno risuoneranno come stupide? Per vivere e basta, così come viene. Per scommettere sulla gioia della vita come Pascal scommetterebbe sull’esistenza di Dio.

“Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: “Dio esiste o no?” Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c’è di mezzo un caos infinito. All’estremità di quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull’una né sull’altra; e nemmeno escludere nessuna delle due […]”.

Ecco. La ragione non può dare una risposta alle mie domande, una risposta a questo caos infinito. E allora cosa abbiamo da perdere, anche nel caso in cui fosse tutta un’illusione, tutta una sovrastruttura? Non è sicuramente più deleterio crogiolarsi nel dolore e nel dubbio?

Io voglio scommettere. Voglio scommettere sull’integrità e sul valore del mio Io. Voglio prendere in mano la mia vita. Scegliere, sbagliare, scegliere ancora, provare tutti i gusti della gelateria fino ad averne il voltastomaco. Salire inevitabilmente su quel treno degli attimi, diventandone però il conducente e non un passeggero qualsiasi.

E sono sicuro che in questo, dottoressa, potrà fornirmi il suo aiuto prezioso.

Mi faccia sapere. Le auguro una buona giornata.

Cordialmente,

 L..M.

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