Perché si tradisce
Riassunto:

Il tradimento è uno degli eventi relazionali più frequenti e più mal compresi della nostra epoca. Non si riduce a un’azione, a un momento, a una scelta. È il sintomo di qualcosa che si è incrinato, dentro la coppia, ma prima ancora, dentro chi tradisce. Questo articolo non offre giustificazioni né condanne: prova a capire cosa succede davvero quando una persona smette di essere fedele, e perché le risposte più oneste raramente coincidono con le più semplici.

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Il tradimento parla del partner o di noi?

C’è una cosa curiosa che accade quando si parla di tradimento: tutti sembrano avere un’opinione pronta, ma pochissimi riescono a spiegarlo davvero.
Lo si condanna, lo si compatisce, lo si romanticizza, e in ogni caso lo si tratta come se fosse un evento isolato, una crepa che compare di notte senza preavviso. Come se non avesse storia, e soprattutto come se non avesse radici.

Eppure,  il tradimento è uno degli atti relazionali più studiati in psicologia, e quello che la ricerca restituisce è quasi sempre più complicato di quanto ci aspettiamo. Non è l’atto di qualcuno che non amava abbastanza. Non è necessariamente la fine di qualcosa. E soprattutto, quasi mai racconta principalmente del partner tradito, racconta di chi ha tradito, di cosa cercava, di cosa non riusciva a nominare o a chiedere.

Perché si tradisce

I dati mostrano che circa un matrimonio su quattro viene toccato dall’infedeltà nel corso della sua durata. Non è un fenomeno raro. È, probabilmente, uno dei segnali più concreti di quanto faticosamente la fedeltà vada costruita, e di quanto spesso non sappiamo come farlo.

Capire perché si tradisce non significa giustificare. Significa smettere di trattare il tradimento come un fulmine a ciel sereno e iniziare a riconoscerlo per quello che è: il punto di emersione di qualcosa che già esisteva, che aspettava solo le condizioni giuste per diventare visibile.

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Perché si tradisce

Le motivazioni del perché si tradisce

Senza semplificazioni

Uno studio condotto su 495 persone ha provato a mappare le motivazioni reali di chi ha tradito.
Il risultato non è quello che ci si aspetterebbe da una cultura che tende a ridurre l’infedeltà a “non ero più innamorato” o “era inevitabile”.

Le motivazioni più ricorrenti erano:

  • Rabbia verso il partner
  • Sensazione di essere trascurati
  • Bisogno di sentirsi desiderati
  • Voglia di autonomia
  • Giudizio offuscato da stress o alcol


Non c’è quasi mai il grande amore proibito.

C’è quasi sempre un vuoto che si è cercato di riempire nel modo più diretto possibile, che è raramente il più intelligente.

Quello che emerge con una certa chiarezza, inoltre, è che le motivazioni non sono universali.

  • Negli uomini il tradimento è più frequentemente innescato dall’eccitazione sessuale, un impulso fisico che non incontra un ostacolo abbastanza solido.
  • Nelle donne è più spesso il risultato di un’insoddisfazione emotiva prolungata: qualcosa che nella relazione principale non arrivava, una connessione che si era assottigliata, un senso di invisibilità che a un certo punto è diventato insopportabile
 

Questo non significa che le dinamiche siano semplici o binarie, significa che le strade verso il tradimento sono diverse, e che usare le stesse chiavi per aprire serrature diverse non funziona.

Il tradimento come lingua alternativa

Una delle osservazioni più precise che si possano fare sul tradimento è questa: spesso è un modo di comunicare qualcosa che non si è stati capaci di dire. Non un modo sano, non un modo corretto, ma un modo.

La persona che tradisce raramente ha elaborato una strategia consapevole. Più spesso ha accumulato frustrazione, distanza, bisogni non espressi, e a un certo punto ha trovato un contesto in cui quei bisogni venivano riconosciuti. Non è romanticismo, è psicologia di base.

E questo spiega anche perché il 50% circa dei tradimenti avviene con qualcuno conosciuto in ambito lavorativo: non perché il lavoro sia un luogo particolarmente seducente, ma perché è uno dei pochi contesti in cui gli adulti passano ore a interagire, a collaborare, a sentirsi competenti e riconosciuti.

Quello che il tradimento non è

Il tradimento non è una prova di mancanza di amore, almeno non sempre. Non è sinonimo di una relazione finita. Non è necessariamente un atto premeditato. E non è, questo è il punto più scomodo, sempre il segnale che qualcosa era irrecuperabile già prima. A volte lo è.
A volte è invece il punto di crisi che costringe due persone a smettere di fare finta che tutto vada bene.
La differenza tra questi due casi non si stabilisce guardando il tradimento in sé, ma quello che viene costruito, o demolito, dopo.

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Attaccamento o scelta: la fedeltà non nasce dalla paura

C’è una meta-analisi che ha aggregato i dati di 17 studi su oltre 13.000 persone, e il risultato è chiaro: lo stile di attaccamento è correlato significativamente con la propensione al tradimento.
Chi ha sviluppato un attaccamento ansioso, caratterizzato da instabilità emotiva, paura dell’abbandono, bisogno costante di rassicurazione, e chi ha sviluppato un attaccamento evitante, segnato invece da distanza emotiva, difficoltà a dipendere dall’altro, tendenza a chiudersi, mostrano entrambi una maggiore probabilità di infedeltà, per ragioni quasi opposte.

  • L’ansioso tradisce spesso per cercare conferma del proprio valore
  • l’evitante per mantenere una distanza di sicurezza da qualsiasi relazione che stia diventando troppo reale
 

Questo dato non deresponsabilizza nessuno, ma sposta il discorso su un piano più utile. La fedeltà che regge non è quella che si basa sulla paura delle conseguenze, sul calcolo del rischio o sull’assenza di opportunità. Quella è un’astinenza, non una scelta.

La ricerca suggerisce che la fedeltà basata su valori intrinseci, su una scelta consapevole di cosa si vuole essere dentro una relazione, è quella che effettivamente riduce la propensione al tradimento nel tempo. È una distinzione sottile ma enorme: tra “non ho tradito perché non potevo” e “non tradisco perché non voglio”.

Il vuoto che non aveva nome

Una delle trappole cognitive più comuni è interpretare il tradimento come desiderio dell’altro. Come se l’altra persona fosse il punto. Quasi mai lo è.

Il tradimento è più spesso un tentativo, maldestro, autodistruttivo, a volte quasi inconsapevole, di riempire qualcosa che mancava. Un senso di vitalità. La conferma di essere ancora desiderabili. La sensazione di esistere al di fuori di un ruolo.

Il paradosso è che spesso si tradisce non per trovare qualcuno, ma per ritrovare sé stessi. E questo rende il tradimento ancora più complesso da elaborare: perché il problema reale non era quasi mai il partner.

L'impatto su chi viene tradito

Mentre chi tradisce porta il peso della colpa, a volte genuina, a volte paralizzante,  chi viene tradito porta qualcosa di diverso: un’incertezza radicale sulla realtà. Non solo sulla fedeltà del partner, ma sulla propria capacità di percepire le cose.

La ricerca documenta che chi subisce un tradimento ha sei volte più probabilità di sviluppare un episodio depressivo, e che i sintomi che emergono sono spesso sovrapponibili a quelli del disturbo post-traumatico da stress. Non è iperbolico, è fisiologico. Il tradimento non è solo un’esperienza emotiva: è un’esperienza che riscrive, almeno temporaneamente, il modo in cui ci si fida di ciò che si vede.

Il sospetto di tradimento non cerca la verità.

Cerca conferme.

Il meccanismo cognitivo: come il sospetto trasforma la realtà

C’è un momento preciso in cui il sospetto smette di essere una domanda e diventa una risposta cercata. Non è un processo consapevole, non è una scelta, è quello che succede quando la mente ansiosa prende il controllo della percezione.

Una volta attivato, il sospetto di tradimento non raccoglie prove in modo neutro: filtra.
Ogni comportamento del partner viene passato attraverso una lente già orientata, e quella lente non ammette controesempio.

  • Un ritardo diventa un’assenza sospetta
  • Un messaggio letto e non risposto diventa un’evasione deliberata
 

Uno sguardo assente durante la cena diventa la conferma silenziosa di qualcosa che ancora non ha nome

È il confirmation bias applicato all’intimità: la mente seleziona ciò che è coerente con il dubbio e scarta ciò che lo contraddirebbe. Il risultato non è una comprensione più chiara della realtà, è una realtà parallela, costruita su scarti e interpretazioni, che tende a diventare sempre più coerente e sempre più impermeabile alla smentita.

La ricerca distingue a questo proposito tra gelosia emotiva, che emerge in risposta a una minaccia concreta e percepita, e gelosia cognitiva, il sospetto cronico, la ruminazione, il monitoraggio mentale costante. Sono fenomeni diversi, con esiti diversi: è la seconda forma, quella cognitiva, a risultare più dannosa per la relazione nel lungo periodo, indipendentemente dal fatto che il tradimento sia avvenuto o meno.

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Attaccamento ansioso e ipervigilanza digitale

Quando la sorveglianza diventa il problema

Chi porta con sé uno stile di attaccamento ansioso, costruito su storie precedenti di abbandono, inaffidabilità, amore intermittente, entra nelle relazioni con una soglia di allerta già abbassata. Il sospetto, in questi casi, non è un’anomalia: è il sistema operativo.

Uno studio su oltre 800 partecipanti ha rilevato che l’ instabilità emotiva e l’attaccamento ansioso predicono gelosia romantica più intensa, e che questa relazione non varia in modo significativo in base al genere, allo stato della relazione, né alle esperienze di infedeltà vissute in passato.
Non è la storia oggettiva a determinare il livello di sospetto, è la struttura interna con cui quella storia è stata processata.

 Il problema si complica nell’era digitale. La sorveglianza che un tempo richiedeva sforzo fisico, seguire qualcuno, interrogare amici, oggi è disponibile a costo zero, in ogni momento, nel palmo della mano. Studio dei profili, analisi dei like, controllo delle visualizzazioni delle storie: comportamenti che si presentano come ricerca di rassicurazione ma che, secondo un’indagine condotta su oltre 300 giovani adulti nell’arco di due anni, predicono livelli più bassi di soddisfazione relazionale a distanza di un anno.

La sorveglianza digitale non spegne il sospetto, lo alimenta, perché trasforma la vigilanza in abitudine e l’abitudine in bisogno
. Il paradosso è preciso: non è detto che il sospetto segnali che qualcosa stia davvero succedendo. Molto spesso segnala che qualcosa dentro, nella storia che ci portiamo dietro, è già successo prima.

Superare un tradimento

Se si vuole farlo davvero

Il tradimento è la prima causa di divorzio in più di 160 culture nel mondo. Eppure, non tutte le coppie che lo attraversano si separano, e non tutte quelle che restano insieme, rimangono in modo sano.

La domanda non è “si può superare un tradimento?”  la risposta a questa domanda è quasi sempre sì, in astratto. La domanda più utile è: a quali condizioni?

Perché si tradisce

I dati su questo sono abbastanza convergenti. Le coppie che riescono ad attraversare l’infedeltà e a costruire qualcosa di diverso, non di uguale, di diverso, lo fanno attraverso tre elementi:

  • Scuse autentiche, che non siano difese mascherate da ammissioni
  • Una rinegoziazione reale dei confini della relazione, non un ritorno alla normalità come se nulla fosse
  • E quasi sempre un supporto terapeutico, individuale o di coppia. Non perché la terapia faccia miracoli, ma perché certe conversazioni non riescono ad avvenire senza uno spazio tenuto da qualcuno di esterno.
Perché si tradisce

Quello che il tradimento ci ha insegnato

E che continuiamo a non voler sentire

Siamo cresciuti con una narrativa del tradimento che lo colloca ai margini, è l’atto di persone cattive, deboli, incapaci di amare. E questa narrativa è comoda perché ci protegge: finché il tradimento è qualcosa che fanno “gli altri”, non dobbiamo chiederci nulla di scomodo su noi stessi, sulle nostre relazioni, su quello che chiediamo e non diciamo, su quello che aspettiamo e non costruiamo.

Ma i numeri non raccontano una storia di mostruosità isolate. Raccontano una storia diffusa, umana, e per questo più difficile da guardare.

Il tradimento emerge lì dove c’è qualcosa di irrisolto, un bisogno, una paura, una distanza che si è lasciata crescere senza nominarla. Non è una scusa. È un’indicazione: che capire perché si tradisce è forse il modo più diretto per capire cosa vogliamo davvero da una relazione.

Le risposte più oneste arrivano sempre prima che il danno sia fatto.

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FAQ
Il tradimento significa che la relazione è finita?

Non necessariamente. Il tradimento è un evento traumatico, ma non è, per definizione, la fine di una relazione. Quello che accade dopo, la qualità delle scuse, la disponibilità a esaminare davvero cosa non funzionava, la scelta di costruire qualcosa di diverso invece di tornare esattamente a com’era, è più determinante dell’atto in sé. Alcune coppie escono da un tradimento con una relazione più consapevole di quella che avevano prima. Molte, invece, rimangono insieme in modo superficiale, senza mai toccare il punto reale. La differenza non sta nel fatto che il tradimento sia avvenuto, ma in cosa si decide di farne.

Le motivazioni documentate dalla ricerca sono più variegate di così. Rabbia, senso di abbandono, bisogno di sentirsi desiderati, stress: queste sono le cause più frequenti, e nessuna di esse implica necessariamente l’assenza di sentimento verso il partner. Il tradimento può coesistere con l’amore, e questa è forse la cosa più difficile da accettare per chi viene tradito, ma anche la più utile da comprendere se si vuole capire davvero cosa è successo. Non significa che il dolore sia meno reale o che il comportamento sia accettabile. Significa che la spiegazione più semplice,  “non mi amava”, spesso non corrisponde alla realtà.

Sì, ma non è un processo lineare e non è automatico. La fiducia non si riacquista per decisione: si ricostruisce attraverso azioni coerenti nel tempo, una comunicazione che sia diventata finalmente più onesta di prima, e spesso attraverso un percorso di supporto psicologico, individuale per elaborare il trauma, di coppia per rinegoziare le basi della relazione. Il rischio più comune è quello di “perdonare” prematuramente, senza che i cambiamenti reali siano avvenuti: non perché il perdono sia sbagliato, ma perché non è una scorciatoia per il lavoro che resta da fare.

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Articolo a cura della Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi – Contenuto basato su evidenze scientifiche e cliniche – Ultimo aggiornamento: 2026

Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi – Psicologa

La Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi è regolarmente iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3620.
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