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Riassunto: La vergogna è l’emozione che proviamo quando sentiamo di valere meno agli occhi degli altri o ai nostri. Questo articolo spiega cosa dice la ricerca più recente sulla sua origine e sulla sua funzione e la distingue dal senso di colpa e dall’imbarazzo. Racconta come la vergogna si forma nell’infanzia, quando smette di proteggerci e quali strategie concrete aiutano a superarla, fino a quando conviene rivolgersi a uno psicologo.
La vergogna è l’emozione che ci fa sentire inadeguati davanti agli altri, o davanti a noi stessi. Secondo la ricerca funziona come un campanello d’allarme che difende la nostra reputazione, tanto che suona più forte quando sbagliamo in qualcosa a cui gli altri danno valore e quando qualcuno ci sta guardando. Diventa un problema quando smette di riguardare un singolo errore e si trasforma nel modo in cui ci vediamo, e in quel caso la psicoterapia aiuta a ridurla in modo misurabile.
Prima o poi capita a chiunque di mandare un vocale nella chat sbagliata, di dimenticare il nome di un collega proprio a metà presentazione o di pubblicare una storia con un refuso enorme che, ovviamente, avevano già visto tutti. Diciamolo, è successo a tutti noi. In quell’istante il copione è sempre lo stesso, con le guance che prendono fuoco, lo sguardo che cerca un punto qualsiasi sul pavimento e un solo desiderio, quello di sprofondare. Quella sensazione ha un nome preciso, senso di vergogna, ed è forse l’emozione più democratica che conosciamo, perché la ricerca la ritrova quasi identica in paesi lontanissimi tra loro, dagli Stati Uniti al Giappone.
Il bello, si fa per dire, è che la figuraccia dura pochi secondi, mentre la vergogna può tornare a trovarci per giorni, magari la sera, proprio quando cerchiamo di addormentarci. Succede perché questa emozione punta il dito contro la persona più che contro il gesto, e mentre dimentichiamo in fretta un errore, l’idea di essere sbagliati resta in circolo molto più a lungo.
Le culture lo raccontano da sempre, tanto che la Genesi colloca la vergogna nella prima storia dell’umanità, quando Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito, si accorgono di essere nudi e si nascondono.
Eppure, a guardarla da vicino, la vergogna svolge un lavoro preciso e perfino utile, almeno finché non esagera, perché protegge qualcosa a cui teniamo moltissimo, cioè la stima degli altri.
In questo articolo spieghiamo, sulla base della ricerca più recente, cos’è la vergogna, a cosa serve, come si distingue dal senso di colpa e come superarla quando smette di proteggerci.
Per la psicologia la vergogna è l’emozione che proviamo quando ci sentiamo sbagliati come persone, di solito dopo un errore, un fallimento o un momento in cui ci siamo sentiti esposti.
A renderla diversa dalle altre emozioni è il suo bersaglio, perché se la prende con chi siamo più che con quello che abbiamo fatto.
Chi si vergogna pensa “sono sbagliato”, mentre chi si sente in colpa pensa “ho fatto una cosa sbagliata”.
Dietro un’unica parola, però, si nascondono esperienze molto diverse. Gli psicologi distinguono per esempio la vergogna per il proprio carattere, quella per un comportamento e quella per il corpo.
Ci preoccupa ciò che gli altri pensano del tipo di persona che siamo, di come ci comportiamo quando sbagliamo e del nostro aspetto.
Ognuno di noi, insomma, può vergognarsi di cose molto diverse, e con un’intensità che va dal rossore di un momento alla convinzione profonda di valere poco.
Gli psicologi distinguono due forme di vergogna, a seconda di chi giudica.
In entrambi i casi la vergogna gira intorno agli stessi temi, cioè sentirsi inferiori, esclusi, inutili o criticati, e cambia soltanto chi pronuncia la sentenza. Distinguerle è utile, perché la ricerca ha visto che la vergogna esterna è quella più legata alla depressione e all’ansia sociale.
Un allarme che protegge la reputazione
Ci vergogniamo perché la stima degli altri conta moltissimo per noi. Perdere il rispetto, la fiducia e il sostegno delle persone che ci circondano è un rischio e la vergogna è il modo in cui la mente cerca di evitarlo.
Secondo gli psicologi che la studiano in chiave evolutiva, la vergogna svolge tre compiti precisi:
Questo allarme, non agisce sempre allo stesso modo, è tarato con precisione per diverse situazioni:
ci vergogniamo molto di più se ci blocchiamo durante una presentazione che se sbagliamo un disegno, perché saper comunicare è una qualità che gli altri apprezzano molto. E ancora di più ci vergogniamo se qualcuno ci sta guardando, perché la nostra reputazione dipende da quello che gli altri sanno di noi.
Una recente ricerca internazionale ha rilevato questo schema in culture molto diverse tra loro, il che significa che la capacità di provare vergogna appartiene alla natura umana, mentre l’educazione e la cultura definiscono soprattutto di che cosa ci vergogniamo e quanto lo lasciamo vedere.
In questo studio la vergogna viene paragonata al dolore fisico: il dolore ci avverte quando rischiamo di farci male, la vergogna quando rischiamo di perdere la stima degli altri, e in tutti e due i casi i guai cominciano quando l’allarme suona troppo forte, troppo spesso o senza un vero motivo.
Quando ci vergogniamo il corpo assume una postura che tutti riconosciamo: le spalle si chiudono, il petto si stringe e lo sguardo scende verso terra.
È un gesto probabilmente innato, perché anche alcuni atleti di judo, ciechi dalla nascita, osservati alle Olimpiadi e Paralimpiadi del 2004, assumevano questa postura dopo una sconfitta, e questo indica che il gesto è innato, perché non avevano mai potuto vederlo negli altri.
Anche il cervello ci dice molto su questa emozione: quando proviamo vergogna o imbarazzo, si attivano due gruppi di aree cerebrali:
– La prima area entra in funzione quando ci sentiamo esclusi o rifiutati. In questo caso la vergogna, per il nostro cervello, equivale alla sofferenza di essere messi da parte
– La seconda serve a frenare le nostre azioni, e aiuta a capire perché in quei momenti ci blocchiamo o vorremmo solo nasconderci
Il rossore, invece, da solo non basta a riconoscere la vergogna, perché compare anche in altri stati emotivi.
Impariamo a vergognarci molto presto, verso i due anni, quando diventiamo capaci di guardarci dall’esterno. Da quel momento sono i genitori e gli altri adulti di riferimento a insegnarci, giorno dopo giorno, come leggere i nostri errori e quindi come reagire.
I bambini piccoli davanti a un piccolo guaio, possano reagire in modi diversi, chi prova senso di colpa cerca di rimediare, mentre chi prova vergogna tende a ritirarsi.
I figli di genitori affettuosi, abituati a parlare spesso di emozioni con loro, sono più pronti a dare una mano a chi hanno danneggiato.
Le esperienze difficili lasciano tracce più profonde: chi da bambino ha subito abusi o è stato trascurato tende a provare più vergogna da adulto. Succede perché un bambino maltrattato o trascurato spesso si spiega quello che gli accade pensando di essere lui quello sbagliato, e quella convinzione può accompagnarlo fino all’età adulta e per tutta la vita.
In generale, comunque, la vergogna tende a calare con l’età, man mano che passiamo dall’adolescenza all’età adulta. Quando invece ha radici in un trauma, può servire lavorare anche su quel passato, come spieghiamo nella pagina dedicata al trattamento del trauma.
Gli esempi più frequenti di vergogna hanno una cosa in comune, cioè mettono in piazza, davanti agli altri o davanti a noi stessi, qualcosa che temiamo possa farci valere meno.
Ecco le situazioni più comuni:
Le figuracce di tutti i giorni, come il messaggio inviato alla persona sbagliata, che però di solito portano imbarazzo, un’emozione più leggera e più breve
Vergogna e senso di colpa nascono spesso dalle stesse situazioni, ma ci spingono in direzioni opposte.
Il senso di colpa riguarda un comportamento preciso e porta con sé rimorso e dispiacere, mentre la vergogna riguarda la persona intera e porta con sé impotenza e la sensazione di essere piccoli. Per questo chi si sente in colpa cerca di rimediare, mentre chi si vergogna tende a chiudersi.
La differenza si sente anche nella vita di tutti i giorni. Un segreto che ci fa vergognare torna a bussare nella mente più spesso di uno che ci fa sentire solo in colpa, e secondo la ricerca è proprio questo rimuginare continuo a farci stare peggio.
L’imbarazzo fa parte della stessa famiglia, ma è più leggero, dura meno e riguarda l’immagine che diamo agli altri più del valore che ci attribuiamo.
Distinguere queste emozioni serve anche nella pratica, perché rileggere un episodio come una questione di colpa, anziché di vergogna, aiuta a sentirsi più capaci di affrontarlo.
Con i social il pubblico davanti a cui viviamo si è allargato parecchio. Se la vergogna aumenta quando un errore avviene davanti agli altri, uno spazio in cui una storia può arrivare a centinaia di persone le offre molte più occasioni per farsi sentire.
Confrontarsi sui social con chi sembra stare meglio di noi, più bello, più felice o più realizzato, peggiora soprattutto l’immagine che abbiamo del nostro corpo, che è anche uno dei motivi di vergogna più studiati.
La vergogna diventa un problema quando smette di riguardare un episodio e si trasforma nel modo in cui ci guardiamo. A quel punto l’allarme suona anche quando non c’è nessun rischio vero, e ci spinge a evitare le persone, a nasconderci e a trattarci con durezza.
La vergogna che dura nel tempo va spesso a braccetto con altri disagi. La ricerca la trova legata alla depressione più di quanto lo sia il senso di colpa, all’ansia, in particolare all’ansia sociale di cui parliamo nella pagina sui disturbi d’ansia, e ai disturbi alimentari, soprattutto quando riguarda il corpo e il cibo.
Non sappiamo sempre quale delle due cose venga prima, se la vergogna o il disturbo. Sappiamo però che, quando la vergogna accompagna tristezza, ansia o un rapporto difficile con il cibo, vale la pena prenderla sul serio.
Cosa suggerisce la ricerca
Superare la vergogna significa impedirle di decidere al posto nostro, perché eliminarla del tutto non sarebbe possibile e nemmeno utile, visto che ci protegge.
Ecco alcune strategie che la ricerca suggerisce e che chiunque può provare:
Sono un buon punto di partenza, ma da sole non bastano quando la vergogna ha radici profonde o si accompagna ad altri disturbi: in quei casi serve un percorso più strutturato.
Vale la pena parlarne con uno specialista quando la vergogna non si limita a singoli episodi e comincia a condizionare relazioni, lavoro o studio, oppure quando si accompagna ad ansia, tristezza o difficoltà con il cibo, cioè ai disturbi a cui la ricerca la associa.
Proprio in questi casi, però, chiedere aiuto costa più fatica, perché la vergogna spinge a tacere ciò che pesa di più.
La psicoterapia riduce la vergogna in modo misurabile: in una pubblicazione del 2020 si è registrata già una riduzione nell’89% degli studi esaminati.
Gli approcci più usati in quegli studi, cioè la terapia cognitivo comportamentale e la mindfulness, fanno parte del Metodo MEC del Centro Nastasi, che integra Mindfulness, EMDR e terapia cognitivo comportamentale.
Nel Centro Nastasi utilizzando terapia cognitivo comportamentale, mindfulness, EMDR e altre metodiche di riprocessamento e rielaborazione affondiamo sia i sintomi della vergogna: le paure, le insicurezze, le idee svalutanti di sé, gli evitamentie anche le radici profonde.
La Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi, psicologa psicoterapeuta, riceve nello studio di Via San Fermo 17 a Padova e in videochiamata. Puoi contattarla per un primo incontro, anche solo per capire insieme da quale punto conviene partire.
Sì, la vergogna è un’emozione universale che compare entro la fine del secondo anno di vita e che la ricerca descrive come un sistema di protezione della reputazione. Uno studio pubblicato su PNAS nel 2026 e condotto in sei paesi ha trovato lo stesso schema in culture molto diverse, con più vergogna per gli errori in capacità apprezzate dagli altri e per quelli commessi in pubblico. La vergogna diventa un problema quando si trasforma in un giudizio stabile e negativo su di sé.
No, perché la vergogna riguarda la persona intera, con pensieri come “sono sbagliato”, mentre il senso di colpa riguarda un comportamento preciso, con pensieri come “ho fatto una cosa sbagliata”. Per questo la colpa spinge più spesso a rimediare, mentre la vergogna spinge a nascondersi o a ritirarsi. Gli studi mostrano inoltre che la vergogna legata a un segreto riporta la mente su quel pensiero più spesso della colpa.
L’espressione “vergogna tossica” circola molto online ma non corrisponde a una diagnosi clinica. Nella letteratura scientifica i ricercatori parlano piuttosto di vergogna interiorizzata o cronica, cioè di un giudizio negativo su di sé che si accende in molte situazioni e non solo dopo un errore preciso. Questa forma di vergogna si associa a depressione, ansia e si risolve con la psicoterapia.
No, il rossore accompagna spesso la vergogna ma compare anche in altri stati emotivi, quindi da solo non basta a riconoscerla. I segnali più tipici della vergogna sono le spalle che si chiudono, lo sguardo basso e l’impulso a nascondersi, a evitare. Questa postura sembra innata, perché la mostrano dopo una sconfitta anche gli atleti ciechi dalla nascita, che non hanno mai potuto vederla negli altri.
Una revisione pubblicata nel 2020 da ricercatori dell’ Università di Milano Bicocca ha registrato riduzioni della vergogna nell’89% degli studi esaminati, con la terapia cognitivo comportamentale e la mindfulness come approcci più usati. Al Centro Nastasi di Padova questi due approcci fanno parte del Metodo MEC e utilizzando anche approcci che consentono la rielaborazione delle radici profonde della vergogna, otteniamo risultati eccellenti.
Sì, la Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi, psicologa psicoterapeuta iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3620, riceve sia online sia in presenza. Lo studio si trova presso il Centro di Psicologia e Psicoterapia Nastasi, in Via San Fermo n. 17, 35137 Padova. Chi desidera fissare un primo incontro può scrivere attraverso la pagina contatti del sito.
Fonti scientifiche di riferimento
Articolo a cura della Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi, psicologa psicoterapeuta a Padova. Ultimo aggiornamento: ottobre 2026
Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi, psicologa psicoterapeuta
La Dott.ssa Giovanna Maria Nastasi è regolarmente iscritta all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3620. Riceve sia online sia in presenza presso il Centro di Psicologia e Psicoterapia Nastasi, in Via San Fermo n. 17, 35137 Padova.